lunedì 11 dicembre 2017

Tutta la mia verità sul viaggio




Caro vecchio blog,
ho scelto di scrivere a mano, con una penna ed una calligrafia che sto tornando a perfezionare, le mie impressioni su un quaderno vero, con le pagine di carta ed i disegni, gli schizzi di ciò che osservo. Quindi, caro vecchio blog, ti sto trascurando.

Qualche giorno fa, una persona sul treno che da Strasburgo va a Parigi, mi ha parlato di quanto sia noioso viaggiare. Io l'ho ascoltata con il solito distacco e la noia di chi, certi discorsi, li ha sentiti tante volte dentro di sé. Le ho dato ragione: viaggiare è noioso. Il mito, l'idea, quasi indiscutibile, che viaggiare sia bellissimo, è uno dei più grandi inganni che l'umanità abbia mai tirato fuori dal cilindro. Forse lo era, bellissimo, quando il viaggio rappresentava una conquista a lungo anelata. Quando il viaggio era un'odissea piena zeppa di prove fisiche e spirituali. Quando l'ignoto di mondi immaginati, o narrati attraverso il passaparola e l'epica, spingeva la curiosità dell'uomo e la dotava di forza propulsiva esponenziale. Il viaggio, sì, rappresentava il sogno, il mito, la scoperta: la sfida. Cos'è oggi? Oggi è una serie di pratiche omologate, un rito sempre uguale a se stesso; un fast food di spostamenti a catena in cui l'unica sensazione che si avverte è quella di far parte di una massa informe, globosa, che scivola da un posto all'altro. Cancellata ogni forma di romanticismo, di mistero o suspence, il viaggio è una gran rottura di palle. Guai a dirlo a chi ne fa un vanto mostrando il passaporto pieno zeppo di timbri. Guai a spiegarlo a chi si sente un povero sfigato se almeno una volta al mese non prende un aereo.

Cari amici, gli sfigati siamo noi che viaggiamo. 

Durante i miei spostamenti, penso a tutto tranne che al viaggio. Cerco di ottimizzare i tempi, con la consapevolezza che tutte le ore perse per spostarmi, rappresentano tempo sottratto alla musica, all'amore, ala cultura, al gioco; alla vita. Ore, su ore, su ore; giorni, mesi. Occhiaie che avanzano, luoghi sudici, contaminati da chissà chi, con il quale chi non condivideresti neanche una chiacchierata, figuriamoci lo schienale di un sedile, dove hanno transitato i suoi capelli sporchi, unti, pieni di forfora. Treni, cara vecchia Europa, velocissimi, ma lerci. Frequentati, anche, da soggetti loschi, che si aggirano nelle stazioni di notte col solo scopo di essere dannosi per gli altri. Aeroporti dove ti trattano come bestiame, ti scandagliano come un pezzo di fabbrica: ti scrutano, ti fanno togliere le scarpe, riti da campi di sterminio, se mi è permessa la surreale iperbole. Ritardi, ritardi ovunque. Il mito, tutto italiano, che nei paesi del centro d'Europa i treni siano sempre puntali. La fesseria, ancora una volta. E l'Inghilterra, aaah, l'Inghilterra, ancora ferma ai tempi della rivoluzione industriale, grazie alla cultura chiusa da conservazione (come la definisco io).

Insomma, viaggiare non è romantico, non è bellissimo. È semplicemente brutto e noioso. La consapevolezza, quella luce abbacinante che illumina tutte le cose e te le mostra per ciò che sono, e non per ciò che credi che siano. L'immaginazione ed il mito, illuminati, diventano ordinaria banalità. Non c'è niente sotto, niente dentro, niente tra le righe. Come le discoteche di giorno. È tutto, quindi, così come lo vedi: un carrozzone di merci e persone. Lo scopo, solo quello, il tuo. Ritornare a casa, tra parole che sono lo scopo. Entrare nel proprio luogo, costruito, pensato, per viverci. Sto amando più che mai casa, la mia città, Strasburgo, piccola e gioiosa, vivibile, cordiale. Detesto le metropoli, agglomerati di solitudini, nelle quali perdere prima di tutto se stessi. Le attraverso velocemente, per lavoro, il più delle volte. Lo scopo: il lavoro. Che è anche una passione, una realizzazione personale, una conquista, la strada trovata e a lungo anelata. Il vero viaggio, quello che ho intrapreso per capire cosa voglio, chi sono. L'unico significativo, esclusivo, igienico e puntuale. Capita a tutti. Non esistono documenti, biglietti o applicazioni. Il viaggio con se stessi, dentro la profondità di ciò che siamo, per arrivare a destinazione. Incontreremo, lungo la strada, tanti personaggi, anche individui loschi, poco rassicuranti, ai quali daremo, per sbaglio, fiducia. Impareremo che i nostri sentimenti, per quanto puri ed unici, possono essere anche calpestati, ignorati, strumentalizzati. Per questo dobbiamo averne cura. Capiremo, quindi, ed impareremo, quindi. Anime notturne, care amiche, nel buio della nostra inquietudine, abbiamo dialogato a lungo. Ci siamo spostate da un luogo all'altro, ritrovate e poi perdute, per poi ritrovarci ancora una volta. Fantasmi della notte, ululati alla luna, creature mitologiche. Lo studio, approfondito, delle nostre passioni. La lettura forsennata, i libri lasciati ovunque; i capolavori custoditi ed i mediocri, dimenticati freudianamente sui sedili del treno o nelle stanze degli alberghi. Leggo per capire chi sono, ascolto musica, ne studio il componimento: l'armonia, una delle ragioni di vita. L'amore e la passione che mi spingono e, come Adorno mi ha insegnato, cerco sempre il simile nel dissimile.

Cara casa, quindi, sono io. Ed alla fine di quest'anno, tribolato, mi sono finalmente fermata. Il viaggio, quello vero, non è ancora terminato, lo so, sono pronta a rifare i bagagli e a salire, ancora una volta, in carrozza.

Ma per il momento, un lungo, lunghissimo momento, rimango a casa, Amore Mio.

"Il sentimento di aver messo la sua vita tra parentesi, d’averla appesa a un filo a sgocciolare, non gli era poi così sgradito. Non voleva far altro che acquattarsi sul fondo, questo viaggio era solo un pretesto per fuggire, un modo per rendersi conto che non aveva legami da nessuna parte. Gli uomini di questo posto erano stati risucchiati in un buco nero. Ne approfittavano per fare pulizia, uccidere gli antichi demoni, cacciare i fantasmi dal loro piedistallo e chiudere le ferite aperte. Ma lui? Non aveva nulla di particolare da dimenticare, non aveva niente di suo, a parte un nome e un cognome"

Sono il Guardiano Del Faro - Éic Faye

venerdì 25 agosto 2017

Un pensiero, prima della morte che non avvenne


(foto scattata a Parigi, Novembre 2016  qui)




Premessa:
non riuscirò mai a descrivere a parole quello che si prova in certe circostanze, è un limite mio, non sono una scrittrice. Però posso, grossolanamente e a distanza di mesi, descrivere quello che ho pensato durante una delle tante attese, in una stanza di ospedale, della durata di una decina di minuti. Il mio Dio delle piccole cose, quello al quale mi rivolgo per esaltare ed imprimere nelle cellule della mia epidermide, istanti che sono per me formativi, indelebili, essenziali alla mia sopravvivenza.
Siamo tutti composti da piccole cose.


L'infermiera mi guarda distrattamente il collo mentre alzo le bracca e mi sfila il maglione dalla testa, come faceva mutter quando ero piccolissima.
"Sgnora Leblanc, adesso arriva il dottore, si sdrai e cerchi di riposare".
Riposare dall'idea che, forse, da un momento all'altro mi potrebbe esplodere il cervello.
Fisso il soffitto verde per pochi secondi, poi prendo il telefono. Cerco su google la parola aneurisma. Ecco, com'era prevedibile, deriva dal greco antico. Ho sempre preferito le parole latine, sarà perché nonna L era una latinista che parlava in latino con i suoi colleghi insegnanti, ed io da bambina mi incantavo nel salotto di casa sua, seduta sulla poltrona verde, quella di velluto pesante con ghirigori fiorati, ad ascoltare adulti che discorrevano un po' in francese e un po' in latino. Parlavano di argomenti che non capivo, però ne intuivo lo spessore, l'importanza; come se tutto il fondamentale dell'universo avvenisse dentro le quattro mura di quello studio, pieno zeppo di libri, tappeti e odore di sigarette spente. Mi sedevo composta, senza fiatare, per paura di disturbare o di attirare l'attenzione.
Vuoi vedere che anche la parola neoplasia deriva dal greco antico? Ovvio,  c'è neus. Mentre aspetto il dottore, per distrarmi, cerco di pensare a qualche patologia grave, degenerante o mortale, il cui termine derivi dal latino. Invece finisco per approfondire le mie ricerche sull'aneurisma cerebrale e trovo scritte cose orrende. Sarà quello il mio destino, fredda, nel fiore maturo degli anni, esposta in una camera mortuaria, con parenti e amici che mi guardano la faccia di cera mentre si soffiano il naso. Penso ai miei bambini e caccio via l'idea della morte, digito aneurisma cerebrale guarire. E un po' mi incazzo; non posso morire, non me lo posso permettere. Ho deciso di non morire il giorno che ho saputo di essere incinta, la prima volta. Crescere da sempre con l'idea che la propria vita termini, prima o poi, è una mia peculiarità da allegrona; da cuor contento in corpore vacillante. Sono andata vicino, ma non sono mai morta. Mi sono sempre chiesta il perché; perché sono come dicono tutti "fortunata". Le probabilità che uno muoia facendo un incidente in autostrada o cadendo da un cavallo al galoppo, sono elevatissime. Io invece no, non sono mai morta. Sono rimasta deturpata dentro, sono cambiata, se possibile peggiorata. Sono diventata un'altra, una persona diversa, suscettibile e irascibile, impulsiva da quando ho capito che se non si dimostra tutto e subito, si perdono attimi di vita. E indecisa. Incerta, è il termine adatto. Talmente convinta della mie incertezze, da essere refrattaria nei confronti dei punti fermi. Ma essere sicuri delle incertezze, non è a sua volta una certezza?
Il risultato delle ricerche su google dà ragione a quello che hanno detto i medici. Il genio neurologo occhialuto libanese, che si muove all'interno del reparto come mia madre tra i suoi gatti, con dedizione, affetto e familiarità, me l'ha appena detto che non morirò perché lui annienterà questa patologia greca. Ho deciso che qualsiasi termine medico di origine greca esiste perché l'hanno inventato i greci antichi. Immagino Cinisca e Elpinice che disquisiscono sul perché esiste l'aneurisma nei cervelli degli ateniesi e degli spartani. Chi ce l'avrà più grosso? Sicuramente gli ateniesi! Asserisce convinta Elpinice. Provare ad annientarlo praticando un piccolo foro nel cranio e poi inserire una cannula di bambù, è la teoria di Cinisca. Per fortuna Elpinice ha un'altra geniale idea, che sottolinea, ancora una volta, la superiorità degli ateniesi. La stessa idea del genio libanese che mi vuole salvare la vita. Funzionerà? Cerco su google.
Se non dovesse funzionare, raggiungerò mia nonna. Mi manca tanto e non lo dico mai, lo penso sempre, però, continuamente. Ogni luogo che sfioro, ogni scarpa che indosso, ogni parola che leggo, ogni sorso di tè che bevo. Mia nonna è in ogni nota suonata la piano, in ogni croma e semicroma; in ogni pausa relativa. Il suo sguardo fiero, le sue piccole gomitate a cena, quando a causa della mia quasi totale assenza di diplomazia, guardavo e dicevo cose irritanti. La sua cultura, che mi ha accompagnata per 34 anni, senza mai lasciarmi un solo istante. Mi diceva che la nostra fortuna, mia e sua, è di essere donne curiose nei confronti dell'erudizione come le scimmie di Francis Bacon. Me lo diceva quando ero troppo giovane per capire che era un complimento, una forma di stima sconfinata verso di sé e verso di me, dove vedeva parte di quello che era. Ho avuto un'educatrice, la migliore potessi avere. La fortuna della mia vita. Che, volendo, potrebbe anche finire a causa di questa patologia greca che si annida spavalda ed inopportuna nel mio cervello, senza che nessuno l'abbia invitata.
Butto il telefono sulla poltroncina accanto al letto, con gesto di stizza, odio nei confronti di quest'universo delle risposte. Tutto contenuto in un apparecchietto fatto in Cina. Avete fatto caso che quando qualcuno vuole sapere qualcosa su qualcun altro lo cerca subito su google? A me non interessa scoprire prima del tempo chi siano le persone, a cosa serve saperlo? Sono talmente tante le risposte a nostra disposizione, che spesso ci facciamo domande superflue. L'obesità mentale dovuta alle troppe risposte, che corrisponde al sovrappeso del mondo cosiddetto civilizzato. Cibo, cibo ovunque, in ogni circostanza, persino nelle presentazioni dei libri, che basterebbe nutrire la mente. Cibo sui mezzi di trasporto, cibo in bagno (ho visto ciotoline con le caramelle vicino ai lavandini), cibo durante le riunioni di lavoro e durante le pause; cibo per le strade, nei vicoli più impensabili. Cibo surreale, innovativo; cibo infilato dentro le macchinette negli ospedali, nelle sale d'attesa, nelle università, nei sottopassaggi. Cibo inscatolato, surgelato, sottovuoto, liofilizzato, modificato, veganato, vitaminizzato, spremuto.
Le riposte sono diventate come il cibo. Ce ne sono troppe, ovunque, sempre a disposizione. E noi ci muoviamo grassi e flaccidi, apatici, viziati, in questo mondo pieno zeppo di responsi.
Non mi importa niente di quello che dice il web, la realtà dei fatti è che esiste un rimedio per quello che ho, ma che non si sa come andrà a finire, con certezza. D'altronde le certezze annientano l'evoluzione del pensiero. La mancanza di punti fermi ha favorito tutti i movimenti culturali e filosofici. Persino la scienza si è evoluta grazie al dubbio, che stimola la ricerca e l'approfondimento.

Il genio libanese salvatore di vite, entra nella stanza, mi accarezza la testa, e il suo sguardo dietro gli occhiali tondeggianti è rassicurante, sembra dirmi "non ti preoccupare, anche se muori sarà bellissimo".


Although the whole of this life were said to be nothing but a dream and the physical world nothing but a phantasm, I should call this dream or phantasm real enough, if, using reason well, we were never deceived by it.

Gottfried Wilhelm von Leibniz

domenica 25 giugno 2017

Be a human being with wings tra J.S. Bach e David Lynch, prima puntata.

(L'immagine sopra è presa da questa fonte e rappresenta lo schema strutturale di Inland Empire)

Tra le tante cose che J.S. Bach e la sua musica mi hanno insegnato, c'è il fatto incontrovertibile che l'incomprensibile vada affrontato con tutti i mezzi di cui disponiamo. Non per capire, non è detto che il risultato finale sia una vittoriosa quadratura del cerchio; ma per spingere, attraverso la forza propulsiva della sete di conoscenza, la nostra mente ad un approfondimento duro e faticoso, ma estasiante.
Spiegare in questa sede, come J.S. Bach abbia spinto l'essere umano assetato di sapere, verso la tortuosa e faticosa strada della conoscenza, è complicato e al tempo stesso riduttivo, ma doveroso nei confronti di tutti quei pensieri che affollano la mia mente e che chiedono estrema chiarezza, pragmatismo e fiducia nel mezzo (internet, un blog del nulla, quei pochi sventurati che mi leggeranno ecc.).
Mi limiterò, quindi, a citare solo una delle opere di Bach usate come strumento artistico atto allo sviluppo della curiosità e della ricerca (essendo io, fermamente convinta, che l'opera omnia di Bach sia essa stessa strumento). La massima opera è, senza ombra di dubbio, L'Arte Della Fuga. Cos'è? Musica, è la risposta. Non musica qualunque, ma musica colta. Non musica colta qualunque, ma musica colta complessa. Non musica colta complessa qualunque, ma musica colta complessa enigmatica. Non musica colta complessa enigmatica qualunque, ma musica colta complessa enigmatica pitagorica. E direi di finirla qui, anche se potrei proseguire. Nella costruzione del periodo appena scritto ho usato una forma geometrica frattale? Io credo di sì. 
Tornando a Bach e all'Arte Della Fuga, perché mai, J.Sebastian avrebbe dovuto renderci la vita così complicata? Perché mai, nel suo testamento compositivo, con il quale intendeva lasciare agli studenti di musica un'eredità didattica, è così enigmatico, chiuso, catalizzatore di domande, enzima per processi logici che portano ad altri processi logici che portano verso altri e poi verso altri ecc? Perché.
L'Arte della Fuga è un puzzle enigmatico, che possiede al suo interno tre strutture filosofiche e matematiche portanti. Tre colonne: il Tetraktis, il Contrappunto e la Musica Delle Sfere. Non credo sia questo il luogo, né è mio ruolo o compito, spiegare in cosa consistano le tre colonne portanti su cui si struttura tutta l'architettura dell'Arte Della Fuga. Ma è utile ricordare che l'accesso all'enigma di Bach, è possibile solo ed esclusivamente dopo aver acquisito la conoscenza delle tre colonne. Altri passi sono da fare una volta entrati nell'enigma. Occorrono logica, perseveranza, approfondimento, studio. Occorre essere human being with wings, dove le ali sono le curiosità e la sete di sapere, di conoscere. Ecco perché la musica di Bach è formativa; ecco perché la musica di Bach si eleva rispetto a tutta la musica; ecco perché l'Arte Della Fuga è considerata l'opera compositiva più complessa che l'essere umano abbia mai composto.

Ma veniamo al passo successivo, e cioè, perché David Lynch è così vicino intellettualmente a J.S. Bach? (secondo chi sta scrivendo, beninteso)
Chiunque detesti il cinema di David Lynch vede l'autore come un appassionato di farneticazioni, fuffa senza una precisa logica, disturbante senza un perché. Però, sia che lo si detesti o che lo si ami, per tutti, il cinema di Lynch è un enigma. Il fascino dell'enigma è antropologico, e nasce con l'evoluzione del pensiero umano, con la filosofia greca, con i miti. Quindi possiamo dedurre che chiunque non si interessi agli enigmi sia un essere umano non evoluto intellettualmente? Io credo di sì.
L'enigma è metafora, in questo caso. Non c'è un premio, non si rischia di venire strangolati se non lo si risolve (come davanti alla sfinge); molto probabilmente non esiste neanche una soluzione. Il punto interrogativo, l'ignoto, la consapevolezza o il dubbio che dietro al non-comprensibile si celi la logica, tutto questo rappresenta il fascino dell'enigma.
Come ho fatto con Bach, anche nel caso di David Lynch prenderò ad esempio una sola opera: Inland Empire. Il suo 'testamento', esattamente come l'Arte della Fuga per Bach (Lynch ancora è fra noi e ci rimarrà un altro centinaio di anni, ma considero Inland Empire la chiusura di un cerchio).
Un neofita che si avvicina a Lynch e che decide di partire da Inland Empire, molto probabilmente non reggerà il colpo. C'è chi parla di 'cinema che va vissuto senza farsi domande', ma è possibile? Può, un human being with wings non farsi domande? Solo gli innamorati si impongono di non farsi domande (che è un po' come guidare a fari spenti nelle notte). Quindi, diamo per assodato che quando ci avviciniamo ad un'opera d'arte, le domande sbocciano come margherite sotto al primo sole di maggio, e che non farsele rappresenta ottusità e autodisciplina dannosa per la nostra mente.
Inland Empire che a prima vista può sembrare un'opera cinematografica senza senso, un delirio continuo, è, a tutti gli effetti, una gigantesca opera geometrica e filosofica. Una delle più grandi viste al cinema, è, a tutti gli effetti, un capolavoro.
La struttura del film sfrutta il concetto di geometria assiale, tanto caro a Bach. Cioè mette in fila mondi paralleli, e lo fa attraverso l'ipotassi, cioè subordinando un mondo all'altro attraverso un filo logico consequenziale. I vari mondi sono in connessione tra loro anche attraverso una linea che mescola, usando ragionati e repentini cambi di mondo (come quando si cambia una stazione radio, cambia la musica, cambia la frequenza, cambia il momento, repentinamente) diversi piani temporali. Quindi l'operazione che viene fatta all'interno della struttura narrativa del film, è quella dello schema parallelo tra mondi (contrapposto all'incassonatura, che Lynch usa spesso nei suoi schemi) e la trasformazione dei confini tra mondi in soglie attraversabili (ipotassi). Nikki Grace, la protagonista del film, è l'essere umano che utilizza le soglie per passare da un parallelo all'altro. La struttura della linea del tempo, nella poetica lynchiana, può essere lineare ma solo all'interno di un mondo, non lo è quasi mai nel complesso della sceneggiatura. E, come abbiamo visto anche nelle prime puntate della nuova stagione di Twin Peaks (da analizzare, da studiare, ancora non l'ho fatto) arriva a non esserlo neanche all'interno di un mondo. 
Inland Empire è chiaramente l'esperimento finale nel quale si dimostra che gli schemi narrativi possono essere destrutturati, ma nella loro destrutturazione, obbedire a schemi nuovi, complessi. In questo senso Inland Empire è sperimentale. Probabilmente un esperimento destinato a non avere un seguito (come l'Arte della Fuga), ma decisamente legato ad una espansione del pensiero. La teoria della relatività del tempo ci ha insegnato, soprattutto, che i fenomeni variano cambiando la prospettiva. Lynch ha creato un cinema in cui la nostra prospettiva 'tradizionale' non è più adatta. Lynch ci costringe a metterci in discussione, ci fa cambiare posizione, ci spinge, attraverso l'escamotage dell'enigma, dell'incomprensibile, ad uscire dai nostri schemi. In sintesi, ci fa crescere, ci fa diventare human being with wings. 

Ecco perché il cinema di Lynch (per chi volesse approfondire gli schemi matematici, geometrici e filosofici, consiglio la lettura di Interpretazione tra mondi di Pierluigi B. Fossali), così come la musica di Bach, non possono essere semplicemente vissuti passivamente, ascoltati o visti senza studiare. Pur rimanendo incontestabile la bellezza assoluta delle immagini e della musica; fermo restando il concetto che l'arte e la bellezza debbano essere accessibili anche a chi non possiede strumenti di analisi; sarebbe auspicabile un mondo in cui ogni essere umano decidesse di mettere le ali. Non importa quando, non importa come, ma l'arte è cibo: nutriamocene ed evolviamo, fino a prendere il volo.


mercoledì 22 marzo 2017

Piccolo pensiero impressionista




Nel tavolo accanto al mio, al caffè, in una mattinata soleggiata di metà marzo, siede una signora. L'età è quella di mia nonna quando mi lasciò, così, senza dire niente, senza avvertimento, nel pieno delle sue aggraziate e ingombranti facoltà mentali. Ha un cappellino di feltro, una sciarpa rosa pallido tenuta ferma da una spilla di turchesi, ed i capelli bianchi vaporosi che sbucano da sotto il cappellino lasciando immaginare una capigliatura simile a quella di una Medusa di Ovidio, prima delle mutazioni di Atena. Io continuo a scrivere la mia relazione per il lavoro, ma la concentrazione svanisce ogni volta che alzo lo sguardo dal monitor per ammirarla come fosse una donna di Monet sotto al suo parasole.
La luce è quella tenue e tersa di tutti gli inizi di primavera, quando le giornate grigioperla a sprazzi, lasciano spazio a momenti di azzurra luce ultravioletta che irrompe in ogni petalo appena sbocciato e in ogni piccola nuova fogliolina verde.
Potrei decantare le virtù della mia terra in primavera, ma il mio canto flautato sarebbe lo stesso di chi la vive in un altro angolino di pianeta, risultando noiosa, trita e retorica.
La signora si accorge di me, e mi sorride dietro alla tazza arricciando gli occhi e rendendoli piccoli e brillanti come punte di diamante. Ci salutiamo con un bonjour e continuiamo le nostre attività. La mia richiede un wifi, la sua un paio di occhiali che leva e mette con estrema lentezza ed infinita grazia, persa, oggi, in chissà quale dimensione dello spazio. Invidio la pacatezza di chi conosce la vita e ne assapora ogni minuscolo istante con la consapevolezza che gli attimi non vanno per forza riempiti di qualcosa o con qualcuno. Il tè o il caffè che beve, ha la stessa composizione chimica del mio, ma il suo è sicuramente più buono, ed ha raggiunto la temperatura ideale perché ha saputo aspettare prima di berlo, invece di infliggersi ustioni pur di prendere, eseguire, finire, per poi alzarsi, chiudere e ripartire per un altro luogo dove di nuovo prendere, eseguire, finire e alzarsi.
Impressionismo, la corrente che formalizza i colori vividi, che rende l'aria fresca e satura di profumi, en plain air, dove gli alberi sono blu e i laghi tinti di giallo

E dove le donne con l'ombrellino non hanno nessuna fretta.



<<Il serait curieux d'étudier les changements qui se produisent parfois dans certains organismes, à la suite de circonstances déterminées. Ces changements, qui partent de la chair, ne tardent pas à se communiquer au cerveau, à tout l'individu.>>

Emilie Zola

giovedì 23 febbraio 2017

La la land, non è una recensione ma un diario di una appassionata qualsiasi che si giustifica del fatto che non riesce più a scrivere per il titolo ho chiesto consulenza alla Wertmüller



Nella vita di ognuno di noi capitano periodi nei quali quello che ci piace fare deve essere messo da parte.

Amemipiace scrivere.

È inconfutabilmente vero che non mi piace solo scrivere, ma che esistono tantissime altre fantastiche e mirabolanti attività che mi piace svolgere, tipo fare la pasta degli choux per poi lamentarmi della cottura e uscire sotto casa a mangiare un éclair cotto come nostro Signore della pasticceria comanda.
Molti che sono diventati da poco (e per poco intendo quel periodo che si aggira intorno ai tre/quattro anni) genitori, penseranno di essere nel periodo peggiore, quello che assorbe più tempo possibile. E invece no, sappiate che il peggio deve ancora arrivare. Perché se credete che pannolini sporchi, pappe e nottate in bianco annientino al massimo la vostra vita sociale e ricreativa, è perché ancora non vi siete immersi nelle attività scolastiche, parascolastiche, sportive, parasportive e nella scelta della scarpe che devono essere quelle e non altre, quelle che non si trovano mai, proprio loro.
Quindi, tra lavoro, bambini gravati da innumerevoli impegni che richiedono la vostra presenza o quella di Uber (le famose ubermamme), attività solo vostre, tipo cenare con alimenti che non provengano da un sottovuoto o da un cartone cinese, lavarsi, tagliasi le unghie, vestirsi con indumenti non dico stirati, ma almeno non abbandonati per terra la sera prima a causa di un collasso cardiomentale; il tempo per prendere la tastiera e scrivere è veramente quasi inesistente.
Amemipiace il cinema.
Quindi come la mettiamo? La mettiamo che possono morire tutte le feste doposcuola per san valentino, san crispino, festa del coriandolo, festa dei gatti che miagolano sotto i tetti la notte, festa del cerchietto e del fiocchetto, festa del balletto classico con cena multietnica ma vegana e frutta infilzata nei bastoncini, festa della mamma più fregna del mondo e del papà meno assente con ricchi premi e cojons; ma al cinema ci si deve andare.
Amemipiace il metacinema.
Ma attenzione, perché con La la land il metacinema è un mezzo, non il fine. In questi giorni di mattanza socialmediatica, nei quali questo film di proporzioni colossali è stato giustiziato con commentini veramente risicati ed al limite della decenza, sembrerebbe che con "è un atto d'amore nei confronti del musical/cinema classico/jazz" si risolva tutto, se ne esca puliti. Anche un po' impettiti e dignitosi, come le camice stirate di Neil Simoniana memoria.
Mi spiace prendere sempre le parti di colei che delude le masse, ma La la land non è un atto d'amore nei confronti di bla bla bla. Non è neanche un film pulito, non è impettito né dignitoso. La la land è (come tutti i film incompresi dalla masse mediatiche critiche, ma che rimarrà nella storia del cinema per sempre) un prorompente capolavoro che rompe gli argini dei tempi in cui è generato e spazia in ogni forma artistica conosciuta sulla faccia della terra.
Il Gigante di Damien Chazelle dimostra che il fine ultimo dell'arte è l'amore/odio per la vita stessa, perché la città delle stelle non è Hollywood, ma quel punto irraggiungibile nell'iperspazio dove esiste il sogno che mai si avvererà. La vita che viviamo è in funzione di esso e la sacrifichiamo, rinunciando, a volte, a quasi tutto, compreso all'uomo di cui siamo innamorate. Non hanno capito coloro che identificano e tracciano le linee di una storia d'amore ritenuta banale, che il sogno di Chazelle è sempre e comunque irraggiungibile. Che la vita non è stretta nell'avversarsi di un sogno felice, ma è la responsabile principale dei nostri tentativi falliti di ottenere il massimo da esso: City of stars There's so much that I can't see.
Quando chiesero a Andy Warhol perché non si fosse inventato qualcosa di nuovo nella sua arte invece di copiare oggetti già esistenti (sembrano le domande che puntualmente vengono poste a Chazelle o a Tarantino) lui rispose: because making something new it's easier to do. Creare qualcosa di nuovo non-creando qualcosa di nuovo.
Prendiamo un regista trentenne qualsiasi, e chiediamogli di girare un film, quello che gli pare con la sceneggiatura che gli pare. Quale potrebbe essere la strada più difficile da percorrere nel 2017 se non un musical con una storia d'amore? Il linguaggio cinematografico, la forma scelta, era un rischio. Lo so che probabilmente valutare un film in base alla scelta della forma, è un qualcosa che non appartiene al fruitore generalista, ma probabilmente neanche a quello secondo il quale ciò che conta è il risultato e non come ci si arriva. Il punto focale è come si guardano i film, cosa ci si aspetta da un lavoro artistico, e le successive analisi. Non basta l'estasi del momento, al cinema. Nella settima arte occorrono mente e cuore, profondità di campo e piano sequenza. Le palpitazioni si uniscono all'esame del lavoro svolto, a tutti i particolari in esso contenuti. Quanto conta la sceneggiatura in un musical? Quanto la musica? Perché notiamo la storia d'amore, ma non il fatto che si passi dal jazz al valzer con una disinvoltura tale da rendere il contesto armonico assolutamente impeccabile e fluido rispetto a quello visivo o narrativo? La risposta sta tutta nel nostro modo di guardare un film. La musica è il cinema, in questo caso. Ma potrei citare tantissimi film nei quali diventa fattore imprescindibile, basti pensare a film come Il Padrino o C'era una volta il west, e non sono neanche musical. Nel nostro caso specifico lo è di più, è il fine ultimo. Quello che molti scambiano con 'amore per la musica'.
Il concetto di musica esteso a forma artistica che va oltre qualsiasi altra, fagocitando o inglobando tutto intorno a sé. Le arte visive si incastrano perfettamente in un pentagramma. Il pentagramma è lo scheletro, tutto il resto è corpo intorno all'anima della musica.
Nelle fotografie di Henri Cartier-Bresson (citato più volte nel film di Chazelle) la musica c'è pur non essendoci. C'è attraverso le immagini delle scale, attraverso gli elementi di leggerezza dei voli degli uccelli o delle persone sospese in salti quasi surreali. La leggerezza, è, a pensarci bene, a tutti gli effetti musica. L'espressione della danza, le movenze che devono ricordare l'aspetto etereo e impalpabile delle note, deve essere soprattutto leggera. Lo stesso concetto formale utilizzato da Chazelle, secondo il quale leggerezza espressiva è tutto ciò che si allontana dalla banalità.
Whiplash ci aveva fatto conoscere un autore. Ma la poetica portata nel film nel quale il sangue del sacrificio, personale e sociale, è necessario per raggiungere i risultati superando i propri limiti, in La la land prende il volo, si espande come un Big Bang di arte pop, ci porta non nella città delle stelle, ma fino alle stelle, attraverso quella sequenza meravigliosa del valzer fuori dall'osservatorio. L'autore cresce, dimostra di non avere preconcetti, né limiti, né remore.
Come Arte comanda, e come Arte vuole.

Amemipiace la musica

There's a starman waiting in the sky.
David Bowie

Le scale, la musica.



Le stelle, la leggerezza, la musica


Pop art

Il metacinema















domenica 16 ottobre 2016

Be Here Now



Il taxi procede lento lungo la carreggiata di sinistra. "Non possiamo accelerare un po'? Perderò l'aereo". Il silenzio, lo sguardo nero dallo specchietto, poi di nuovo il silenzio, gli occhi si spostano, io vedo solo le sopracciglia, nere; l'ebano, l'India, il cumino. "Farò del mio meglio. Dove è diretta?" Lo sguardo dallo specchietto si sposta di nuovo su di me, faccio finta di non aver sentito, guardo fuori, piove, la metropoli illuminata lascia scie argentate sui finestrini, bagliori colorati, pennellate, a tratti violente, decise, a momenti confuse, incerte. Rispondo dopo più di un minuto, forse due, guardo di nuovo verso lo specchietto, ritrovo quegli occhi e dico "Per ora ad Orly, come le ho chiesto". Il dopo non può interessargli, sarà un addio, il nostro. Migliaia di taxi, non mi ritroverà più. Milioni di persone, ombrelli, corse ai semafori per non perdere la priorità, per non stare ad aspettare dall'altro lato della strada che arrivi il verde. C'è una città in Germania, Düsserdolf, nella quale qualcuno si è divertito ad attaccare un po' ovunque, fantasmini, esserini simili a quelli di Pacman. Sono proprio loro, con gli occhioni e senza bocca. Si trovano soprattutto vicino ai semafori, lungo i percorsi pedonali urbani di una città in cui tutti alzano il bavero presto, perché fa buio il primo pomeriggio, d'inverno, e bisogna correre sempre verso casa, per staccare, in attesa di un altro giorno in cui attraversare strade e ritrovare i fantasmini. Ci sono stata da bambina, ci sono tornata da studente, ci ho vissuto due mesi per un cambio di scuola, a Düsserdolf. Tu, occhi neri che mi osservi ogni tanto dallo specchietto, non lo sai, questo. Cosa te ne dovrebbe importare? Però, non so perché, te lo dico.
"Lo sa che in Germania, e precisamente a Düsserdolf, ci sono dei piccoli fantasmi sui muri, sui semafori o sui pali della luce?". Mentre lo dico indico fuori dal finestrino, cosa non so, vedo poco, ci sono le gocce di pioggia iridescenti che mi impediscono di mettere a fuoco, che modificano la realtà, che allungano curiosamente le traiettorie, gli alberi, i pali.
"Come, scusi?", mi risponde. Il telefono vibra nella borsa, ma a me preme più che occhi neri capisca che in quel momento io sto pensando a quei tre mesi in cui ho fatto un cambio di scuola, per imparare il tedesco. Che non ho mai veramente imparato. E lo sai perché no? Perché lo amavo troppo, io, il tedesco. Quindi mi intimidiva tutta quella bellezza linguistica, tutta quella coerenza, precisione e logica. Riuscivo a studiarlo, ma non a parlarlo, come le cose preziose che osservi, ma che non usi.
"Io preferisco l'inglese" risponde subito occhi neri "è malleabile, è nella musica, lo capiscono tutti...il tedesco, per carità, a cosa serve?".
Il taxi si ferma, guardo l'orologio, è tardissimo. Scendo senza aprire l'ombrello, mi sembra che manchi il tempo anche per un solo movimento in più. Occhi neri mi aiuta a prendere il trolley, poi mi porge la mano. Lo guardo incuriosita "baciarti non mi sembra il caso, quindi mi piacerebbe stringerti la mano" mi dice. Mi aggiusto la gonna, mi stringo la cintura dell'impermeabile, afferro il trolley, e me ne vado indispettita. Solo perché mi sono confessata un po' con la storia dei fantasmini tedeschi, cosa credeva? Che potevamo...ma pensa te. Che sfacciato, ma poi può essere mio figlio...no, forse figlio no, ma fratello minore, cugino, cuginetto, che ragazzino stupido. Però in fondo voleva solo stringermi la mano. Torno indietro, lungo il marciapiede, accelero il passo, faccio cenno al taxi che sta per andare via. Si ferma, gli busso sul vetro del finestrino e alzando la voce, dico "va bene, diamoci la mano!". Occhi neri mi guarda senza abbassare il finestrino, intanto mi bagno, i capelli, sicuramente mi cola il mascara, sarò un disastro, sono anche in ritardo, diamoci la mano, abbassa questo finestrino, non ho bisogno di altri sensi di colpa, ne sono già fornita, capiscimi occhi neri, non farmi sentire una stronza, non sono peggio di te, non sono neanche meglio e pazienza se ti piace più l'inglese, ma abbassalo e dammi questa mano.
"Allora che facciamo, me la dai la mano?" Lo vedo parlare, mi dice qualcosa che non capisco "non ti sento! va bene, ciao!". Scende dalla macchina e mi dice "Stavo dicendo che non ti dovevi disturbare, ti piacciono gli Oasis?" Si abbassa verso il sedile e tira fuori un cd "No no, grazie, non voglio regali, diamoci la mano che sto per perdere l'aereo, seriamente, sei gentile, ma non mi regalare niente, salutiamoci." Mi chiede quando torno a Parigi, niente strette di mano, vado via, avevo solo bisogno di non sentirmi in colpa.
In volo mi guardo nello specchietto che tengo in borsa: un disastro, appunto, come sospettavo. Mi rilasso, la stanchezza e la tachicardia scivolano lungo il sedile. Nel rimettere lo specchietto in borsa vedo il cd. Be Here Now. Pazienza, non è neanche il migliore, ma poteva andare peggio. Poteva essere Standing On The Shoulder of Giant.

martedì 30 agosto 2016

Caro Ennio



Diario Notturno di Ennio Flaiano è il libro che mi porto spesso dietro. Non l'ho letto una sola volta sottolineando, come faccio spesso, le frasi o i passaggi che più mi colpiscono. Diario Notturno l'ho consumato, giorno dopo giorno. Mi ha accompagnato in momenti in cui mi sono sentita persa, in cui ho cercato risposte, disperatamente. Momenti in cui nessuno e niente mi era di conforto. Perché, Diario Notturno, a differenza di qualsiasi saggio filosofico o opera omnia, o trattato sociologico e psicologico, arriva sempre al punto senza inutili circumnavigazioni linguistiche; senza perdersi nel mare delle digressioni o delle descrizioni, facendomi perdere il focus. Diario Notturno è anche la scrittura delle sensazioni, dei pensieri, normali, quotidiani, che è la cosa che più mi piace leggere. Quanto romanticismo e quanta intensità ed amore per la vita si celano dietro alla poesia dell'osservazione del quotidiano! Diario Notturno è una sorta di piccolo astro puro e luminosissimo, che osservi per assicurarti di essere sempre sotto lo stesso cielo nonostante la terra che calpesti ti sia estranea. Un appiglio, un conforto, una casa, un condensato. Non perché ci trovi scritte le risposte, ma perché calpesti strade da percorrere col pensiero la cui destinazione è sempre ignota, ma sai che comunque, in un modo o nell'altro ti stupirà. Perché niente ci sorprende più di quanto possano fare i nostri stessi pensieri.
Stanotte, mi sono soffermata sulle sue considerazioni circa il film My Fair Lady. Tutti conosciamo la storia del pigmalione che per introdurre in società la fioraia ignorante, le insegna ad esprimersi "come una signora". Ennio Flaiano si chiede a cosa servirebbe, oggi (era il 1956, ma l'attualità dei suoi pensieri è incredibile) imparare ad esprimersi correttamente. A cosa serve imparare a parlare bene se "le attrici" stesse, per sentirsi più vicine al loro pubblico, scadono con il linguaggio. È ancora necessario, si chiede Flaiano, parlare correttamente per ottenere il successo nella buona società? Non viviamo, forse, in un'epoca in cui è necessario esprimersi male per dimostrare la propria spregiudicatezza? E, incredibilmente, aggiunge: gli uomini politici raccolgono consensi soltanto in virtù del turpiloquio che sanno sfoggiare. Cavolo! (tanto per rimanere in tema di linguaggio scurrile) Ma lo scriveva Flaiano nel 1956! Ecco spiegato, perché un tale perde consensi non appena comincia ad esprimersi decorosamente. My Fair Lady è, quindi, il simbolo di un'Europa che si sta avviando verso un processo di volgarizzazione irreversibile? Rappresenta ciò che non importa più essere, "una signora che sa parlare e che si sa comportare" perché quello che vale, che "spacca" è l'esatto contrario. Nel 1956? Non lo so, non c'ero. Oggi, sì. Qualcuno potrebbe storcere il naso, sostenendo che i costumi cambiano, come sempre; che fare i nostalgici non porti a niente, che desiderare un mondo diverso, arcaico, sarebbe come tornare indietro. Che la libertà di espressione, di stampa, di comportamento, come conseguenza diretta ha anche quella dell'uso sregolato del linguaggio. E che quindi, quello che può apparire a Flaiano "volgare", non è altro che una bandiera del processo evolutivo europeo, del processo democratico. Flaiano scrive: la lingua corretta è oggi il malinconico distintivo della borghesia intellettuale, rovinata dalle buone letture e dalla buona educazione.
Sorrido, caro Ennio, perché tu non ci sei più, ma se ci fossi e se leggessi quello che viene scritto in rete, capiresti che i tuoi pensieri circa l'imbarbarimento del linguaggio, sono più moderni dei vari neologismi (che poi, neologismi non sono perché neanche si sa cosa vuol dire la parola "neologismo") o dei vari formati precostituiti. Non si scrive più, caro Ennio. Non si parla più. Si compilano moduli. La forma è già scritta, basta inserire parole diverse negli spazi vuoti. Difficilmente, però, trovi qualcuno che crei di sana pianta uno schema, inserendoci, poi, le parole. Tutto è copiato, incollato, citato. Aaah le citazioni, sapessi quanto le odio! La rielaborazione sulla citazione, quella sì che sarebbe interessante, ma, vedi, caro Ennio, è troppo difficile essere liberi. Perché non basta poter circolare, viaggiare, comunicare, copiare, incollare. Bisogna essere liberi di lasciare che i pensieri formulino delle ipotesi, e che queste ipotesi poi formulino altri pensieri, come una catena, anzi, come un'eterna ghirlanda luminosa.
Il Professor Higgins, dice alla fioraia appoggiata alla colonna "sei un insulto all'eleganza architettonica di queste colonne" e, poi, per amore soprattutto di se stesso, scommette che la trasformerà in una signora semplicemente insegnandole a parlare. Mancano i professori, perché di fioraie ne abbiamo quante vogliamo, con la differenza che sono già tutte perfettamente inserite in società.

Due vecchi gentiluomini, resi compagni dall'età delle idee, vanno a spasso e li vedo avanzare dal fondo di via Po, sotto il sole, conversando pacatamente. La via è deserta: i due poveri vecchi, con la loro precaria presenza la rendono più ammonitrice. Che cosa si diranno, con quali argomenti consoleranno l'attesa di una partenza ormai inderogabile? Quando mi sono vicino sento che uno di essi, commentando una descrizione dell'altro, conclude: << Insomma, se ho ben capito, sarebbe una specie di pancera >>
Ennio Flaiano, Diario Notturno