domenica 25 giugno 2017

Be a human being with wings tra J.S. Bach e David Lynch, prima puntata.

(L'immagine sopra è presa da questa fonte e rappresenta lo schema strutturale di Inland Empire)

Tra le tante cose che J.S. Bach e la sua musica mi hanno insegnato, c'è il fatto incontrovertibile che l'incomprensibile vada affrontato con tutti i mezzi di cui disponiamo. Non per capire, non è detto che il risultato finale sia una vittoriosa quadratura del cerchio; ma per spingere, attraverso la forza propulsiva della sete di conoscenza, la nostra mente ad un approfondimento duro e faticoso, ma estasiante.
Spiegare in questa sede, come J.S. Bach abbia spinto l'essere umano assetato di sapere, verso la tortuosa e faticosa strada della conoscenza, è complicato e al tempo stesso riduttivo, ma doveroso nei confronti di tutti quei pensieri che affollano la mia mente e che chiedono estrema chiarezza, pragmatismo e fiducia nel mezzo (internet, un blog del nulla, quei pochi sventurati che mi leggeranno ecc.).
Mi limiterò, quindi, a citare solo una delle opere di Bach usate come strumento artistico atto allo sviluppo della curiosità e della ricerca (essendo io, fermamente convinta, che l'opera omnia di Bach sia essa stessa strumento). La massima opera è, senza ombra di dubbio, L'Arte Della Fuga. Cos'è? Musica, è la risposta. Non musica qualunque, ma musica colta. Non musica colta qualunque, ma musica colta complessa. Non musica colta complessa qualunque, ma musica colta complessa enigmatica. Non musica colta complessa enigmatica qualunque, ma musica colta complessa enigmatica pitagorica. E direi di finirla qui, anche se potrei proseguire. Nella costruzione del periodo appena scritto ho usato una forma geometrica frattale? Io credo di sì. 
Tornando a Bach e all'Arte Della Fuga, perché mai, J.Sebastian avrebbe dovuto renderci la vita così complicata? Perché mai, nel suo testamento compositivo, con il quale intendeva lasciare agli studenti di musica un'eredità didattica, è così enigmatico, chiuso, catalizzatore di domande, enzima per processi logici che portano ad altri processi logici che portano verso altri e poi verso altri ecc? Perché.
L'Arte della Fuga è un puzzle enigmatico, che possiede al suo interno tre strutture filosofiche e matematiche portanti. Tre colonne: il Tetraktis, il Contrappunto e la Musica Delle Sfere. Non credo sia questo il luogo, né è mio ruolo o compito, spiegare in cosa consistano le tre colonne portanti su cui si struttura tutta l'architettura dell'Arte Della Fuga. Ma è utile ricordare che l'accesso all'enigma di Bach, è possibile solo ed esclusivamente dopo aver acquisito la conoscenza delle tre colonne. Altri passi sono da fare una volta entrati nell'enigma. Occorrono logica, perseveranza, approfondimento, studio. Occorre essere human being with wings, dove le ali sono le curiosità e la sete di sapere, di conoscere. Ecco perché la musica di Bach è formativa; ecco perché la musica di Bach si eleva rispetto a tutta la musica; ecco perché l'Arte Della Fuga è considerata l'opera compositiva più complessa che l'essere umano abbia mai composto.

Ma veniamo al passo successivo, e cioè, perché David Lynch è così vicino intellettualmente a J.S. Bach? (secondo chi sta scrivendo, beninteso)
Chiunque detesti il cinema di David Lynch vede l'autore come un appassionato di farneticazioni, fuffa senza una precisa logica, disturbante senza un perché. Però, sia che lo si detesti o che lo si ami, per tutti, il cinema di Lynch è un enigma. Il fascino dell'enigma è antropologico, e nasce con l'evoluzione del pensiero umano, con la filosofia greca, con i miti. Quindi possiamo dedurre che chiunque non si interessi agli enigmi sia un essere umano non evoluto intellettualmente? Io credo di sì.
L'enigma è metafora, in questo caso. Non c'è un premio, non si rischia di venire strangolati se non lo si risolve (come davanti alla sfinge); molto probabilmente non esiste neanche una soluzione. Il punto interrogativo, l'ignoto, la consapevolezza o il dubbio che dietro al non-comprensibile si celi la logica, tutto questo rappresenta il fascino dell'enigma.
Come ho fatto con Bach, anche nel caso di David Lynch prenderò ad esempio una sola opera: Inland Empire. Il suo 'testamento', esattamente come l'Arte della Fuga per Bach (Lynch ancora è fra noi e ci rimarrà un altro centinaio di anni, ma considero Inland Empire la chiusura di un cerchio).
Un neofita che si avvicina a Lynch e che decide di partire da Inland Empire, molto probabilmente non reggerà il colpo. C'è chi parla di 'cinema che va vissuto senza farsi domande', ma è possibile? Può, un human being with wings non farsi domande? Solo gli innamorati si impongono di non farsi domande (che è un po' come guidare a fari spenti nelle notte). Quindi, diamo per assodato che quando ci avviciniamo ad un'opera d'arte, le domande sbocciano come margherite sotto al primo sole di maggio, e che non farsele rappresenta ottusità e autodisciplina dannosa per la nostra mente.
Inland Empire che a prima vista può sembrare un'opera cinematografica senza senso, un delirio continuo, è, a tutti gli effetti, una gigantesca opera geometrica e filosofica. Una delle più grandi viste al cinema, è, a tutti gli effetti, un capolavoro.
La struttura del film sfrutta il concetto di geometria assiale, tanto caro a Bach. Cioè mette in fila mondi paralleli, e lo fa attraverso l'ipotassi, cioè subordinando un mondo all'altro attraverso un filo logico consequenziale. I vari mondi sono in connessione tra loro anche attraverso una linea che mescola, usando ragionati e repentini cambi di mondo (come quando si cambia una stazione radio, cambia la musica, cambia la frequenza, cambia il momento, repentinamente) diversi piani temporali. Quindi l'operazione che viene fatta all'interno della struttura narrativa del film, è quella dello schema parallelo tra mondi (contrapposto all'incassonatura, che Lynch usa spesso nei suoi schemi) e la trasformazione dei confini tra mondi in soglie attraversabili (ipotassi). Nikki Grace, la protagonista del film, è l'essere umano che utilizza le soglie per passare da un parallelo all'altro. La struttura della linea del tempo, nella poetica lynchiana, può essere lineare ma solo all'interno di un mondo, non lo è quasi mai nel complesso della sceneggiatura. E, come abbiamo visto anche nelle prime puntate della nuova stagione di Twin Peaks (da analizzare, da studiare, ancora non l'ho fatto) arriva a non esserlo neanche all'interno di un mondo. 
Inland Empire è chiaramente l'esperimento finale nel quale si dimostra che gli schemi narrativi possono essere destrutturati, ma nella loro destrutturazione, obbedire a schemi nuovi, complessi. In questo senso Inland Empire è sperimentale. Probabilmente un esperimento destinato a non avere un seguito (come l'Arte della Fuga), ma decisamente legato ad una espansione del pensiero. La teoria della relatività del tempo ci ha insegnato, soprattutto, che i fenomeni variano cambiando la prospettiva. Lynch ha creato un cinema in cui la nostra prospettiva 'tradizionale' non è più adatta. Lynch ci costringe a metterci in discussione, ci fa cambiare posizione, ci spinge, attraverso l'escamotage dell'enigma, dell'incomprensibile, ad uscire dai nostri schemi. In sintesi, ci fa crescere, ci fa diventare human being with wings. 

Ecco perché il cinema di Lynch (per chi volesse approfondire gli schemi matematici, geometrici e filosofici, consiglio la lettura di Interpretazione tra mondi di Pierluigi B. Fossali), così come la musica di Bach, non possono essere semplicemente vissuti passivamente, ascoltati o visti senza studiare. Pur rimanendo incontestabile la bellezza assoluta delle immagini e della musica; fermo restando il concetto che l'arte e la bellezza debbano essere accessibili anche a chi non possiede strumenti di analisi; sarebbe auspicabile un mondo in cui ogni essere umano decidesse di mettere le ali. Non importa quando, non importa come, ma l'arte è cibo: nutriamocene ed evolviamo, fino a prendere il volo.


mercoledì 22 marzo 2017

Piccolo pensiero impressionista




Nel tavolo accanto al mio, al caffè, in una mattinata soleggiata di metà marzo, siede una signora. L'età è quella di mia nonna quando mi lasciò, così, senza dire niente, senza avvertimento, nel pieno delle sue aggraziate e ingombranti facoltà mentali. Ha un cappellino di feltro, una sciarpa rosa pallido tenuta ferma da una spilla di turchesi, ed i capelli bianchi vaporosi che sbucano da sotto il cappellino lasciando immaginare una capigliatura simile a quella di una Medusa di Ovidio, prima delle mutazioni di Atena. Io continuo a scrivere la mia relazione per il lavoro, ma la concentrazione svanisce ogni volta che alzo lo sguardo dal monitor per ammirarla come fosse una donna di Monet sotto al suo parasole.
La luce è quella tenue e tersa di tutti gli inizi di primavera, quando le giornate grigioperla a sprazzi, lasciano spazio a momenti di azzurra luce ultravioletta che irrompe in ogni petalo appena sbocciato e in ogni piccola nuova fogliolina verde.
Potrei decantare le virtù della mia terra in primavera, ma il mio canto flautato sarebbe lo stesso di chi la vive in un altro angolino di pianeta, risultando noiosa, trita e retorica.
La signora si accorge di me, e mi sorride dietro alla tazza arricciando gli occhi e rendendoli piccoli e brillanti come punte di diamante. Ci salutiamo con un bonjour e continuiamo le nostre attività. La mia richiede un wifi, la sua un paio di occhiali che leva e mette con estrema lentezza ed infinita grazia, persa, oggi, in chissà quale dimensione dello spazio. Invidio la pacatezza di chi conosce la vita e ne assapora ogni minuscolo istante con la consapevolezza che gli attimi non vanno per forza riempiti di qualcosa o con qualcuno. Il tè o il caffè che beve, ha la stessa composizione chimica del mio, ma il suo è sicuramente più buono, ed ha raggiunto la temperatura ideale perché ha saputo aspettare prima di berlo, invece di infliggersi ustioni pur di prendere, eseguire, finire, per poi alzarsi, chiudere e ripartire per un altro luogo dove di nuovo prendere, eseguire, finire e alzarsi.
Impressionismo, la corrente che formalizza i colori vividi, che rende l'aria fresca e satura di profumi, en plain air, dove gli alberi sono blu e i laghi tinti di giallo

E dove le donne con l'ombrellino non hanno nessuna fretta.



<<Il serait curieux d'étudier les changements qui se produisent parfois dans certains organismes, à la suite de circonstances déterminées. Ces changements, qui partent de la chair, ne tardent pas à se communiquer au cerveau, à tout l'individu.>>

Emilie Zola

giovedì 23 febbraio 2017

La la land, non è una recensione ma un diario di una appassionata qualsiasi che si giustifica del fatto che non riesce più a scrivere per il titolo ho chiesto consulenza alla Wertmüller



Nella vita di ognuno di noi capitano periodi nei quali quello che ci piace fare deve essere messo da parte.

Amemipiace scrivere.

È inconfutabilmente vero che non mi piace solo scrivere, ma che esistono tantissime altre fantastiche e mirabolanti attività che mi piace svolgere, tipo fare la pasta degli choux per poi lamentarmi della cottura e uscire sotto casa a mangiare un éclair cotto come nostro Signore della pasticceria comanda.
Molti che sono diventati da poco (e per poco intendo quel periodo che si aggira intorno ai tre/quattro anni) genitori, penseranno di essere nel periodo peggiore, quello che assorbe più tempo possibile. E invece no, sappiate che il peggio deve ancora arrivare. Perché se credete che pannolini sporchi, pappe e nottate in bianco annientino al massimo la vostra vita sociale e ricreativa, è perché ancora non vi siete immersi nelle attività scolastiche, parascolastiche, sportive, parasportive e nella scelta della scarpe che devono essere quelle e non altre, quelle che non si trovano mai, proprio loro.
Quindi, tra lavoro, bambini gravati da innumerevoli impegni che richiedono la vostra presenza o quella di Uber (le famose ubermamme), attività solo vostre, tipo cenare con alimenti che non provengano da un sottovuoto o da un cartone cinese, lavarsi, tagliasi le unghie, vestirsi con indumenti non dico stirati, ma almeno non abbandonati per terra la sera prima a causa di un collasso cardiomentale; il tempo per prendere la tastiera e scrivere è veramente quasi inesistente.
Amemipiace il cinema.
Quindi come la mettiamo? La mettiamo che possono morire tutte le feste doposcuola per san valentino, san crispino, festa del coriandolo, festa dei gatti che miagolano sotto i tetti la notte, festa del cerchietto e del fiocchetto, festa del balletto classico con cena multietnica ma vegana e frutta infilzata nei bastoncini, festa della mamma più fregna del mondo e del papà meno assente con ricchi premi e cojons; ma al cinema ci si deve andare.
Amemipiace il metacinema.
Ma attenzione, perché con La la land il metacinema è un mezzo, non il fine. In questi giorni di mattanza socialmediatica, nei quali questo film di proporzioni colossali è stato giustiziato con commentini veramente risicati ed al limite della decenza, sembrerebbe che con "è un atto d'amore nei confronti del musical/cinema classico/jazz" si risolva tutto, se ne esca puliti. Anche un po' impettiti e dignitosi, come le camice stirate di Neil Simoniana memoria.
Mi spiace prendere sempre le parti di colei che delude le masse, ma La la land non è un atto d'amore nei confronti di bla bla bla. Non è neanche un film pulito, non è impettito né dignitoso. La la land è (come tutti i film incompresi dalla masse mediatiche critiche, ma che rimarrà nella storia del cinema per sempre) un prorompente capolavoro che rompe gli argini dei tempi in cui è generato e spazia in ogni forma artistica conosciuta sulla faccia della terra.
Il Gigante di Damien Chazelle dimostra che il fine ultimo dell'arte è l'amore/odio per la vita stessa, perché la città delle stelle non è Hollywood, ma quel punto irraggiungibile nell'iperspazio dove esiste il sogno che mai si avvererà. La vita che viviamo è in funzione di esso e la sacrifichiamo, rinunciando, a volte, a quasi tutto, compreso all'uomo di cui siamo innamorate. Non hanno capito coloro che identificano e tracciano le linee di una storia d'amore ritenuta banale, che il sogno di Chazelle è sempre e comunque irraggiungibile. Che la vita non è stretta nell'avversarsi di un sogno felice, ma è la responsabile principale dei nostri tentativi falliti di ottenere il massimo da esso: City of stars There's so much that I can't see.
Quando chiesero a Andy Warhol perché non si fosse inventato qualcosa di nuovo nella sua arte invece di copiare oggetti già esistenti (sembrano le domande che puntualmente vengono poste a Chazelle o a Tarantino) lui rispose: because making something new it's easier to do. Creare qualcosa di nuovo non-creando qualcosa di nuovo.
Prendiamo un regista trentenne qualsiasi, e chiediamogli di girare un film, quello che gli pare con la sceneggiatura che gli pare. Quale potrebbe essere la strada più difficile da percorrere nel 2017 se non un musical con una storia d'amore? Il linguaggio cinematografico, la forma scelta, era un rischio. Lo so che probabilmente valutare un film in base alla scelta della forma, è un qualcosa che non appartiene al fruitore generalista, ma probabilmente neanche a quello secondo il quale ciò che conta è il risultato e non come ci si arriva. Il punto focale è come si guardano i film, cosa ci si aspetta da un lavoro artistico, e le successive analisi. Non basta l'estasi del momento, al cinema. Nella settima arte occorrono mente e cuore, profondità di campo e piano sequenza. Le palpitazioni si uniscono all'esame del lavoro svolto, a tutti i particolari in esso contenuti. Quanto conta la sceneggiatura in un musical? Quanto la musica? Perché notiamo la storia d'amore, ma non il fatto che si passi dal jazz al valzer con una disinvoltura tale da rendere il contesto armonico assolutamente impeccabile e fluido rispetto a quello visivo o narrativo? La risposta sta tutta nel nostro modo di guardare un film. La musica è il cinema, in questo caso. Ma potrei citare tantissimi film nei quali diventa fattore imprescindibile, basti pensare a film come Il Padrino o C'era una volta il west, e non sono neanche musical. Nel nostro caso specifico lo è di più, è il fine ultimo. Quello che molti scambiano con 'amore per la musica'.
Il concetto di musica esteso a forma artistica che va oltre qualsiasi altra, fagocitando o inglobando tutto intorno a sé. Le arte visive si incastrano perfettamente in un pentagramma. Il pentagramma è lo scheletro, tutto il resto è corpo intorno all'anima della musica.
Nelle fotografie di Henri Cartier-Bresson (citato più volte nel film di Chazelle) la musica c'è pur non essendoci. C'è attraverso le immagini delle scale, attraverso gli elementi di leggerezza dei voli degli uccelli o delle persone sospese in salti quasi surreali. La leggerezza, è, a pensarci bene, a tutti gli effetti musica. L'espressione della danza, le movenze che devono ricordare l'aspetto etereo e impalpabile delle note, deve essere soprattutto leggera. Lo stesso concetto formale utilizzato da Chazelle, secondo il quale leggerezza espressiva è tutto ciò che si allontana dalla banalità.
Whiplash ci aveva fatto conoscere un autore. Ma la poetica portata nel film nel quale il sangue del sacrificio, personale e sociale, è necessario per raggiungere i risultati superando i propri limiti, in La la land prende il volo, si espande come un Big Bang di arte pop, ci porta non nella città delle stelle, ma fino alle stelle, attraverso quella sequenza meravigliosa del valzer fuori dall'osservatorio. L'autore cresce, dimostra di non avere preconcetti, né limiti, né remore.
Come Arte comanda, e come Arte vuole.

Amemipiace la musica

There's a starman waiting in the sky.
David Bowie

Le scale, la musica.



Le stelle, la leggerezza, la musica


Pop art

Il metacinema















domenica 16 ottobre 2016

Be Here Now



Il taxi procede lento lungo la carreggiata di sinistra. "Non possiamo accelerare un po'? Perderò l'aereo". Il silenzio, lo sguardo nero dallo specchietto, poi di nuovo il silenzio, gli occhi si spostano, io vedo solo le sopracciglia, nere; l'ebano, l'India, il cumino. "Farò del mio meglio. Dove è diretta?" Lo sguardo dallo specchietto si sposta di nuovo su di me, faccio finta di non aver sentito, guardo fuori, piove, la metropoli illuminata lascia scie argentate sui finestrini, bagliori colorati, pennellate, a tratti violente, decise, a momenti confuse, incerte. Rispondo dopo più di un minuto, forse due, guardo di nuovo verso lo specchietto, ritrovo quegli occhi e dico "Per ora ad Orly, come le ho chiesto". Il dopo non può interessargli, sarà un addio, il nostro. Migliaia di taxi, non mi ritroverà più. Milioni di persone, ombrelli, corse ai semafori per non perdere la priorità, per non stare ad aspettare dall'altro lato della strada che arrivi il verde. C'è una città in Germania, Düsserdolf, nella quale qualcuno si è divertito ad attaccare un po' ovunque, fantasmini, esserini simili a quelli di Pacman. Sono proprio loro, con gli occhioni e senza bocca. Si trovano soprattutto vicino ai semafori, lungo i percorsi pedonali urbani di una città in cui tutti alzano il bavero presto, perché fa buio il primo pomeriggio, d'inverno, e bisogna correre sempre verso casa, per staccare, in attesa di un altro giorno in cui attraversare strade e ritrovare i fantasmini. Ci sono stata da bambina, ci sono tornata da studente, ci ho vissuto due mesi per un cambio di scuola, a Düsserdolf. Tu, occhi neri che mi osservi ogni tanto dallo specchietto, non lo sai, questo. Cosa te ne dovrebbe importare? Però, non so perché, te lo dico.
"Lo sa che in Germania, e precisamente a Düsserdolf, ci sono dei piccoli fantasmi sui muri, sui semafori o sui pali della luce?". Mentre lo dico indico fuori dal finestrino, cosa non so, vedo poco, ci sono le gocce di pioggia iridescenti che mi impediscono di mettere a fuoco, che modificano la realtà, che allungano curiosamente le traiettorie, gli alberi, i pali.
"Come, scusi?", mi risponde. Il telefono vibra nella borsa, ma a me preme più che occhi neri capisca che in quel momento io sto pensando a quei tre mesi in cui ho fatto un cambio di scuola, per imparare il tedesco. Che non ho mai veramente imparato. E lo sai perché no? Perché lo amavo troppo, io, il tedesco. Quindi mi intimidiva tutta quella bellezza linguistica, tutta quella coerenza, precisione e logica. Riuscivo a studiarlo, ma non a parlarlo, come le cose preziose che osservi, ma che non usi.
"Io preferisco l'inglese" risponde subito occhi neri "è malleabile, è nella musica, lo capiscono tutti...il tedesco, per carità, a cosa serve?".
Il taxi si ferma, guardo l'orologio, è tardissimo. Scendo senza aprire l'ombrello, mi sembra che manchi il tempo anche per un solo movimento in più. Occhi neri mi aiuta a prendere il trolley, poi mi porge la mano. Lo guardo incuriosita "baciarti non mi sembra il caso, quindi mi piacerebbe stringerti la mano" mi dice. Mi aggiusto la gonna, mi stringo la cintura dell'impermeabile, afferro il trolley, e me ne vado indispettita. Solo perché mi sono confessata un po' con la storia dei fantasmini tedeschi, cosa credeva? Che potevamo...ma pensa te. Che sfacciato, ma poi può essere mio figlio...no, forse figlio no, ma fratello minore, cugino, cuginetto, che ragazzino stupido. Però in fondo voleva solo stringermi la mano. Torno indietro, lungo il marciapiede, accelero il passo, faccio cenno al taxi che sta per andare via. Si ferma, gli busso sul vetro del finestrino e alzando la voce, dico "va bene, diamoci la mano!". Occhi neri mi guarda senza abbassare il finestrino, intanto mi bagno, i capelli, sicuramente mi cola il mascara, sarò un disastro, sono anche in ritardo, diamoci la mano, abbassa questo finestrino, non ho bisogno di altri sensi di colpa, ne sono già fornita, capiscimi occhi neri, non farmi sentire una stronza, non sono peggio di te, non sono neanche meglio e pazienza se ti piace più l'inglese, ma abbassalo e dammi questa mano.
"Allora che facciamo, me la dai la mano?" Lo vedo parlare, mi dice qualcosa che non capisco "non ti sento! va bene, ciao!". Scende dalla macchina e mi dice "Stavo dicendo che non ti dovevi disturbare, ti piacciono gli Oasis?" Si abbassa verso il sedile e tira fuori un cd "No no, grazie, non voglio regali, diamoci la mano che sto per perdere l'aereo, seriamente, sei gentile, ma non mi regalare niente, salutiamoci." Mi chiede quando torno a Parigi, niente strette di mano, vado via, avevo solo bisogno di non sentirmi in colpa.
In volo mi guardo nello specchietto che tengo in borsa: un disastro, appunto, come sospettavo. Mi rilasso, la stanchezza e la tachicardia scivolano lungo il sedile. Nel rimettere lo specchietto in borsa vedo il cd. Be Here Now. Pazienza, non è neanche il migliore, ma poteva andare peggio. Poteva essere Standing On The Shoulder of Giant.

martedì 30 agosto 2016

Caro Ennio



Diario Notturno di Ennio Flaiano è il libro che mi porto spesso dietro. Non l'ho letto una sola volta sottolineando, come faccio spesso, le frasi o i passaggi che più mi colpiscono. Diario Notturno l'ho consumato, giorno dopo giorno. Mi ha accompagnato in momenti in cui mi sono sentita persa, in cui ho cercato risposte, disperatamente. Momenti in cui nessuno e niente mi era di conforto. Perché, Diario Notturno, a differenza di qualsiasi saggio filosofico o opera omnia, o trattato sociologico e psicologico, arriva sempre al punto senza inutili circumnavigazioni linguistiche; senza perdersi nel mare delle digressioni o delle descrizioni, facendomi perdere il focus. Diario Notturno è anche la scrittura delle sensazioni, dei pensieri, normali, quotidiani, che è la cosa che più mi piace leggere. Quanto romanticismo e quanta intensità ed amore per la vita si celano dietro alla poesia dell'osservazione del quotidiano! Diario Notturno è una sorta di piccolo astro puro e luminosissimo, che osservi per assicurarti di essere sempre sotto lo stesso cielo nonostante la terra che calpesti ti sia estranea. Un appiglio, un conforto, una casa, un condensato. Non perché ci trovi scritte le risposte, ma perché calpesti strade da percorrere col pensiero la cui destinazione è sempre ignota, ma sai che comunque, in un modo o nell'altro ti stupirà. Perché niente ci sorprende più di quanto possano fare i nostri stessi pensieri.
Stanotte, mi sono soffermata sulle sue considerazioni circa il film My Fair Lady. Tutti conosciamo la storia del pigmalione che per introdurre in società la fioraia ignorante, le insegna ad esprimersi "come una signora". Ennio Flaiano si chiede a cosa servirebbe, oggi (era il 1956, ma l'attualità dei suoi pensieri è incredibile) imparare ad esprimersi correttamente. A cosa serve imparare a parlare bene se "le attrici" stesse, per sentirsi più vicine al loro pubblico, scadono con il linguaggio. È ancora necessario, si chiede Flaiano, parlare correttamente per ottenere il successo nella buona società? Non viviamo, forse, in un'epoca in cui è necessario esprimersi male per dimostrare la propria spregiudicatezza? E, incredibilmente, aggiunge: gli uomini politici raccolgono consensi soltanto in virtù del turpiloquio che sanno sfoggiare. Cavolo! (tanto per rimanere in tema di linguaggio scurrile) Ma lo scriveva Flaiano nel 1956! Ecco spiegato, perché un tale perde consensi non appena comincia ad esprimersi decorosamente. My Fair Lady è, quindi, il simbolo di un'Europa che si sta avviando verso un processo di volgarizzazione irreversibile? Rappresenta ciò che non importa più essere, "una signora che sa parlare e che si sa comportare" perché quello che vale, che "spacca" è l'esatto contrario. Nel 1956? Non lo so, non c'ero. Oggi, sì. Qualcuno potrebbe storcere il naso, sostenendo che i costumi cambiano, come sempre; che fare i nostalgici non porti a niente, che desiderare un mondo diverso, arcaico, sarebbe come tornare indietro. Che la libertà di espressione, di stampa, di comportamento, come conseguenza diretta ha anche quella dell'uso sregolato del linguaggio. E che quindi, quello che può apparire a Flaiano "volgare", non è altro che una bandiera del processo evolutivo europeo, del processo democratico. Flaiano scrive: la lingua corretta è oggi il malinconico distintivo della borghesia intellettuale, rovinata dalle buone letture e dalla buona educazione.
Sorrido, caro Ennio, perché tu non ci sei più, ma se ci fossi e se leggessi quello che viene scritto in rete, capiresti che i tuoi pensieri circa l'imbarbarimento del linguaggio, sono più moderni dei vari neologismi (che poi, neologismi non sono perché neanche si sa cosa vuol dire la parola "neologismo") o dei vari formati precostituiti. Non si scrive più, caro Ennio. Non si parla più. Si compilano moduli. La forma è già scritta, basta inserire parole diverse negli spazi vuoti. Difficilmente, però, trovi qualcuno che crei di sana pianta uno schema, inserendoci, poi, le parole. Tutto è copiato, incollato, citato. Aaah le citazioni, sapessi quanto le odio! La rielaborazione sulla citazione, quella sì che sarebbe interessante, ma, vedi, caro Ennio, è troppo difficile essere liberi. Perché non basta poter circolare, viaggiare, comunicare, copiare, incollare. Bisogna essere liberi di lasciare che i pensieri formulino delle ipotesi, e che queste ipotesi poi formulino altri pensieri, come una catena, anzi, come un'eterna ghirlanda luminosa.
Il Professor Higgins, dice alla fioraia appoggiata alla colonna "sei un insulto all'eleganza architettonica di queste colonne" e, poi, per amore soprattutto di se stesso, scommette che la trasformerà in una signora semplicemente insegnandole a parlare. Mancano i professori, perché di fioraie ne abbiamo quante vogliamo, con la differenza che sono già tutte perfettamente inserite in società.

Due vecchi gentiluomini, resi compagni dall'età delle idee, vanno a spasso e li vedo avanzare dal fondo di via Po, sotto il sole, conversando pacatamente. La via è deserta: i due poveri vecchi, con la loro precaria presenza la rendono più ammonitrice. Che cosa si diranno, con quali argomenti consoleranno l'attesa di una partenza ormai inderogabile? Quando mi sono vicino sento che uno di essi, commentando una descrizione dell'altro, conclude: << Insomma, se ho ben capito, sarebbe una specie di pancera >>
Ennio Flaiano, Diario Notturno

lunedì 13 giugno 2016

Impromptu



La casa sul mare sarebbe stato il luogo adatto, pensò. Un posto splendido, con una vista abbacinante sull'arcipelago. Era giugno, il mese dedicato alla bellezza bucolica, e anche lei era bellissima; la pelle appena baciata dal sole limpido delle passeggiate, tipico di questo periodo, le conferiva un aspetto fresco, dorato, pieno di vita, di passioni ancora da consumare, di attese tra battiti di ciglia e profumo di cipria. Riempì la piccola ventiquattrore di tutto il possibile, stipandola e strizzandola come i panini imbottiti al prosciutto di Praga che le preparava sua mamma anni prima, prima delle consuete gite in campagna. Si guardò allo specchio dell'ingresso, sorrise nel vedere quanto fosse in forma e pronta per partire, per raggiungere, la pace, l'amore. I capelli a caschetto cadevano dritti e lucidi lungo le tempie, le incorniciavano il volto in modo grazioso, naturale. Erano particolarmente splendenti in quel periodo, neri come la piccola cassettiera di ebano sotto lo specchio. Si sfiorò il collo, nudo, fresco, libero dalle sciarpe invernali o dai foulard primaverili. Pensò quanto fosse stato importante quel collo, per lui. Quante parole nate e morte lungo le curve che precedono la linea della mandibola, che raggiungono sinuose le labbra, gli zigomi, la fronte appena perlata dal bisogno di sentirsi solo desiderata.
Il viaggio per raggiungere la casa sul mare fu letto in un libro tenuto sul grembo, appoggiato sopra al leggero vestito bianco. Lungo la stanza la corriera procedeva veloce, creando magici giochi di luce lungo le pareti, un teatro d'ombra indonesiano, tra Bali e la riga dell'oceano; per lei tutto era magnifico, appagante come un volo pindarico, emozionante come una persona cara appena incontrata. Il finestrino si apriva come lo schermo di un cinematografo e mostrava campagne e strade assolate interrotte solo da qualche macchina cabriolè o da qualche motocicletta. Le immagini schizzavano sulla tela dello schermo con la cadenza del rullo di un proiettore, I campi stavano germogliando sotto nuvole e sole, vento caldo carico di promesse e speranze inondava le pianure, accarezzava le colline verdeggianti, dolce ostacolo a paesaggi lontani da raggiungere, a ideali da afferrare e non lasciare mai più. Il viaggio sarebbe durato solo qualche ora, il tempo di riposarsi per apparire ancora più bella, sempre più pronta per quell'incontro. Appoggiò la testa ai lati della spalliera del sedile, chiuse gli occhi e pensò alla musica di Schubert, all'armonico fluire delle note dell'Impromptu, alla velocità con cui le melodie accarezzano strade, ponti e città lungo un viaggio; alla grazia con cui trafiggono cuori e circumnavigano amori impossibili da penetrare. E godé della magnifica conclusione, dell'ultima nota suonata ed udita, la fine della bellezza armonica, dei toni ora drammatici, ora leggeri e spensierati, ora appassionati di quella bellissima sonata. Pensò a tutte le volte che l'aveva suonata, davanti ai suoi genitori o ai parenti più cari, e ancora una volta al collo, quello baciato, desiderato e voluto, durante l'esecuzione al piano, vicino al suo amore. Riuscì ad assopirsi, infine.
L'arrivo al mare fu segnato da sudori lungo la schiena e chiacchiericci di persone mai viste fino a quel momento sulla corriera; volti inquadrati solo all'arrivo, quando scendi dal mezzo di trasporto e li osservi come se fosse la prima volta. Noti con curioso stupore le facce stropicciate dal viaggio, il senso dell'arrivo a destinazione per raggiungere altri luoghi, altre destinazioni ancora, in un gioco infinito di case da raggiungere, posti dove stare per poi ripartire, ancora, senza farne mai uno tutto tuo, senza concedere veramente mai a nessun luogo di averti possedendoti, e senza che nessun luogo abbia te. O sappia tutto di te. Ti concedi a pezzetti, scegliendo accuratamente cosa dare e a cosa o a chi darlo. Ti ritieni tu stessa un privilegio, in fondo, non per tutti.
La casa sul mare si ergeva dritta e fiera sulla scogliera. Schiaffeggiata dal salmastro e dalle violente mareggiate durante tutto l'inverno, mostrava tutte le sue rughe durante l'estate. Come le signore di una certa età, un tempo bellissime e giovani, e oggi terribilmente e unicamente affascinanti. Il fascino di ciò che è stato vissuto dal tempo, maltrattato dagli eventi, dalle burrasche, o accarezzato piano dal vento caldo di scirocco. Il fascino eroso dalla potenza del maestrale, il vento che piega i pini lungo le scogliere.
Osservò le persiane, l'imperfezione geometriche delle stecche ricoperte di polvere, sabbia e sale. Pensò a tutte le ore che sarebbero servite per rimettere a posto quella casa e sorrise beffarda. Le ore, il tempo, non l'avrebbero mai avuta.
Aprì la porta, l'odore di chiuso, di muffa e legno umido, la travolse senza pudore. Spalancò tutte le finestre, controllò tutte le stanze.
La finestra grande del soggiorno cadeva sugli scogli del mare. Un precipitare di decine di metri.
Era pronta, per l'incontro, lei, capelli di ebano e pelle dorata. Piegò e offrì il collo per l'ultima volta al suo amore, e così, all'improvviso, volò. Verso la sua ultima destinazione.

(Impromptu)


domenica 8 maggio 2016

Dilige et quod vis fac.



"Cosa ti piace fare?" mi chiese con gli occhi abbassati su quello che a me sembrò un blocco di carta rosa. Recitare, cantare, andare a cavallo, risposi. Il blocco si aprì come una farfalla pronta a volare: era una copertina di lana. La dottoressa la alzò dalla scrivania, la girò tra le mani, la manipolò con gesti quasi ipnotici come per farne intuire la morbidezza. "Questa te la ricordi?". No, non me la ricordo, è mia?
Non mi ricordavo di quella copertina, non mi ricordo più niente di quella fase della mia infanzia in cui a cadenza quindicinale andavamo a trovare la dottoressa. La copertina di lana rosa è l'unico elemento che ricordo di quel periodo.

"Dimmi, cos'è che ti rilassa completamente?". Scrivere, leggere, ascoltare musica. Studiare. Baciare i miei bambini, annusare il profumo dei loro capelli, ridere con loro. Mia nonna, parlarle di me, uscire con lei, accompagnarla a trovare le sue amiche, a teatro, ai concerti, al cinema. Poi ci sarebbe il ricordo di una copertina rosa...
"La copertina di Linus" sorrise bonariamente.
No, non è la copertina di Linus, è il ricordo, l'unico che ho, di una detestabile fase della mia infanzia in cui i miei genitori si erano convinti avessi bisogno di una psicologa solo perché ero leggermente perfezionista con me stessa.
"Cosa intendi per leggermente?" Sorrido. Non leggermente, maniacalmente, dai, è vero. Però non mi guardare con gli occhi scrutatori, già ci sono quelli delle persone che tentano di affondarmi, che cercano punti deboli sui quali infilare piccole forchettine da antipasto e zac zac zac punzecchiarmi fino a farmi scappare.
"Perché ti rilassa un elemento come quello della copertina di lana se è legato al ricordo di un periodo delle tua infanzia non piacevole?" Questo me lo dovresti dire tu, cioè, ti pago per avere delle risposte, che diamine! Non lo so perché. Forse perché sono una maledetta autolesionista? Perché sono una squinternata che si rende conto solo adesso che mandarmi a dieci anni da una psicologa fu un gesto d'amore? E comunque non sono venuta qui per darmi le risposte da sola.
"Dove si trova, adesso, questa copertina?" Non lo so. Non l'ho più vista. Forse a casa dei miei a Ginevra, a casa di mia nonna a Strasburgo, o in qualche scatolone negli scantinati di qualche casa, chissà dove. Non mi interessa vederla, toccarla. Sta là, da qualche parte nel mio cervello, sonnecchia, ogni tanto si sveglia per dirmi Oh, guarda che ci sono io le rispondo, mimportauncazzo, e lei si ritira in buon ordine.

A Strasburgo il silenzio della domenica mattina pervaso dal sentore di pane e brioche, di caffè e fiori maggiolini, è rotto solo dal dolore che mi vela gli occhi. È un dolore rumoroso, molesto. "Sai, Nicole, la vita prosegue". Lo so. "Sai, Nicole, ha avuto una vita piena, felice, lunga" Lo so. Però chiudi la bocca, taci, ascolta il silenzio della domenica mattina, tu che ci riesci. Io non ce la faccio, ho la testa piena di frastuoni, martelli, incudini; io in mezzo, sdraiata, schiacciata come una sottiletta, oppressa. Non sono capace di accogliere tesi ragionevoli, non sono disposta a dare un senso, non ho bisogno di nessuno che mi aiuti a mettermi in pace con me stessa. La verità è che ho perso un'interlocutrice intelligente. La verità è che penso a me, e non a lei che non c'è più. Penso a me che sono rimasta senza un tesoro, povera e con le pezze al culo. Bene, mi sto autocommiserando.

Apro l'anta del pesante armadio in camera di mia nonna. Il profumo di lavanda, i suoi bellissimi vestiti appesi in maniera ordinata, perfettamente stirati, coperti di semplice classe, quella innata delle donne eleganti, che non si sono mai tinte i capelli e che anche quando l'argento li colora indicando chiaramente un'età che è fuori dal cerchio della giovinezza, loro preferiscono lasciarli così. Morbidi ed argentei, pettinati con una spazzola infinite volte per renderli più lucidi. Tenuti bene, con cura. Io non sarò mai capace di farlo. Mi tingerò i capelli non appena ne vedrò mezzo bianco. Sarò e sono una donna ordinaria, codarda, che sarà incapace di mostrare la vecchiaia con classe. E penso che sia un dono da meritare, invecchiare. Lo penso perché me l'hai insegnato tu, nonna. Quando mi dicesti che una vera donna fiorisce a quarant'anni, era il giorno del mio trentesimo compleanno.
Scorro con un dito i vestiti, cerco quello più adatto a te. Tu avresti ironizzato, ne sono sicura. Come quella volta che andammo a trovare la tua migliore amica appena morta e nel vederla infilata in un rigoroso completo blu notte, tu dicesti "Povera, non solo è morta, ma dovrà riposare nell'eternità vestita come il suo becchino".
Trovo il vestito. Deve essere lui, leggero, in seta, con un tenue motivo floreale, chiuso da un colletto alla coreana, con piccoli bottonicini trapuntati dello stesso tessuto. Mi ricordo come ti stava bene, e come cadeva morbido e vaporoso sulle tue ginocchia esaltando le gambe affusolate.
"Quando muoio fai tutto tu, Nicole, mi fido dei tuoi gusti perché ti ho insegnato tutto io. Avete sentito tutti?" Era Natale, eravamo a tavola. C'erano tutti. Sono partiti i cori del noooo, ma cosa dici, tu morire? dai, nonna, dai zia, dai mamma, ma cosa dici.
"Dico quello che direbbe qualsiasi mente lucida a 86 anni, ed aggiungo che in questo brodo c'è troppo sale".

Appoggio il vestito sul letto. Ritorno a guardare nell'armadio, nel ripiano superiore le borse, tutte chiuse nella loro scatola, ma l'ultima è diversa, stona con il resto e c'è attaccata un'etichetta con su scritto Nicole. Ne ho quasi paura. Che ci fa una scatola col mio nome, qui? Questo è l'armadio di uso quotidiano, non è quello in cui lei tiene i ricordi o i vestiti che non mette più. Mi siedo sul letto con il fiato corto, capisco subito. Mi tremano i polsi, ho i brividi, mi chiudo il viso tra le mani, non ho molto tempo, non posso permettermi di rigirarmi nel mio stesso sudore freddo.
Trovo il coraggio di prendere la scatola. È di latta, una bellissima scatola di biscotti della pasticceria sotto casa. Quando la apro l'aroma di vaniglia e di fornaio si sente ancora. C'è una busta, e sotto, lei. La copertina rosa. Non la vedevo da quel giorno di 25 anni fa dalla psicologa. La prendo tra le mani, è morbida così come l'ho sempre immaginata. Fa male vederla, fa malissimo sentirla, è come incontrare una persona che pensavamo non contasse più niente, e invece, eccola. Ancora conta, ancora brucia, ancora porta con sé domande, crucci, ricordi, idee e pensieri. Apro la busta con delicatezza: quattro pagine di una lettera scritta a mano, datata 25 Dicembre 2015, il giorno del brodo troppo salato. La divoro con gli occhi carichi di lacrime, la leggo appannata, è la cosa più bella mi sia successa in tutti questi anni. Un tumulto di emozioni, di alti e di bassi, un canone musicale: una rinascita, non solo mia, nonna. Nostra. Siamo rinate, ancora.

La copertina rosa, non è mai stata mia. Era un escamotage della psicologa per farmi parlare, dire cose. Mia nonna sapeva quanto mi avesse colpito, prese un treno e andò dalla dottoressa per farsela dare.
Esistono persone che ci vogliono bene, oltre il limite dell'immaginazione.



Ama e fa ciò che vuoi.
Sant'Agostino